percorso di visita palazzo d'arco

IL PERCORSOdi visita

La visita al museo è sempre guidata

Il Palazzo, aperto al pubblico nel 1980, presenta dipinti, mobili e arredi così come li lasciò la marchesa Giovanna. Il percorso include, oltre alle sale di Palazzo d'Arco, anche la Palazzina del Falconetto e il Museo di Scienze Naturali.

LE SALE
del Palazzo

Atrio d'ingresso

Il portale d'ingresso al palazzo è fiancheggiato da 2 sfingi in terracotta del Somazzi (1784) che sorreggono il balcone al centro della facciata ed è sovrastato dalla testa di Ercole.

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Atrio d'ingresso

Nell'atrio, sul pavimento in pietra, all'altezza delle prime due delle quattro colonne tuscaniche compaiono i segni delle basi delle due colonnine di metallo che sostenevano la cancellata in ferro battuto risalente al 1881 (ne rimane testimonianza in due disegni del 1872). Scomparsa la cancellata oggi nell'atrio rimangono solamente le due grandi statue in stucco collocate nelle nicchie: a sinistra compare Cerere coronata di spighe, nuda e reggente spighe di frumento. A destra invece un giovane nudo non meglio identificato, reggente a sua volta fiori tra le mani. Al di sopra dell'ingresso alla biglietteria è uno stemma d'Arco in lamiera mentre sull'accesso agli uffici della Fondazione, al lato opposto dell'atrio, è infissa una lapide datata 6 ottobre 1799 e fatta affiggere da Francesco d'Arco per ricordare la sosta in palazzo della reliquia del Preziosissimo Sangue che processionalmente aveva solcato la città come solenne ringraziamento per la liberazione dalla dominazione francese. Sotto il braccio sinistro del loggiato verso il cortile si trova invece la lapide commemorativa dell'apertura del museo (1980).

sala degli antenati

Scalone della Loggia

Il grande scalone di accesso al piano nobile è nato, con un massiccio intervento edilizio, grazie agli interventi legati alla renovatio tardosettecentesca.

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Scalone della Loggia

Lo scalone presenta una solenne balaustrata in marmo che sorregge, all'inizio, una beneagurante figura dell'Abbondanza, in gesso. Al termine della prima rampa è stato collocato un Mercurio, copia tardosettecentesca del marmo oggi nella Galleria della Mostra al Ducale. Oltrepassata la terza rampa si giunge al piano nobile. Alla sinistra è l'accesso alla Biblioteca, sormontato da una copia in gesso della testa dello Zeus di Otricoli. Verso destra la loggia che conduce alla Sala degli Antenati. Qui sono esposte due portantine settecentesche e due panche settecentesche decorate con scudi araldici Arco-Chieppio e Arco-Canossa. Contrapposto allo Zeus è il calco del busto di Lucio Vero (l'originale è al Ducale).
Altri calchi di busti sono collocati nel corridoio verso il Salone degli Antenati. Sulla destra sono quello della testa di Alessandro Magno-Helios (l'originale - copia romana - è ai Musei Capitolini) e quello dell'autoritratto di Canova (ripetuto anche sopra l'accesso agli Antenati). Sconosciuti sono i personaggi raffigurati alla sinistra del corridoio. Un altro busto femminile, in terracotta, è collocato alla destra del corridoio, sopra l'accesso chiuso che conduce alla Sala delle Prospettive Architettoniche.

sala degli antenati

I. Sala degli Antenati

Il salone di rappresentanza ospita sessanta ritratti degli antenati di casa d'Arco, eseguiti tra il XVI e il XVIII secolo e un tempo conservati nel castello di famiglia di Arco di Trento.

Dopo il trasferimento definitivo a Mantova, Giambattista Gherardo d'Arco, il cui busto in gesso è collocato sulla consolle di fronte all'ingresso, illuminista e accademico, incaricò il Colonna della renovatio del palazzo e a fine secolo fece collocare i dipinti degli antenati a decoro della grande sala. Si segnalano agli angoli due portantine settecentesche in legno e cuoio e dalla parte opposta lance giapponesi Yari databili tra il XVII e il XIX secolo.

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Sala degli Antenati

Detta anche Sala Grande o Tablino, prende il nome dalla mostra dei 60 ritratti raffiguranti vari personaggi della famiglia d'Arco collocati nella fascia alta della sala. I ritratti sono stati eseguiti in un lasso temporale compreso tra il Cinquecento e la metà del Settecento ed in origine erano collocati nel castello di Arco. Il soffitto è opera di Giambattista Marconi, che lo terminò nel 1784. Allo stesso artista si deve anche la fascia alta (che sovrasta i dipinti con gli antenati) con la decorazione a vasi e festoni, impreziosita da due finti busti (dei quali è stato riconosciuto solo quello di Omero, sulla parete settentrionale, ispirato al marmo della collezione statuaria di Palazzo Ducale). Al di sotto dei dipinti e del fregio a cani correnti, sono ampi pannelli a grisaille riportanti copie di stucchi provenienti da Palazzo Te. I rilievi, compresi in ricchi girali, sono quasi tutti tratti dalla Loggia di Davide e riportano per la maggioranza le storie del re. Dalla parete occidentale, in senso orario (non considerando i rilievi alle estremità delle pareti settentrionale e meridionale): Il profeta Samuele consacra David, Incontro tra David e Abigail, Giuditta con la testa di Oloferne, David re di Israele, Lucrezia e Tarquinio, David e Siba, Berzellai Galaadita supplice davanti a David, Giuditta con la testa di Oloferne, Mifiboset supplice davanti a David, Ercole con la pelle del leone nemeo.
Ai lati estremi delle pareti Nord e Sud sono quattro rilievi non tutti definitivamente interpretati. Partendo dall'angolo tra la parete settentrionale e quella occidentale (in senso orario): Amazzone (tratta dalla Sala delle Cariatidi al Te), Agàve con la testa recisa di Pènteo (?), Giove, Il sogno di Ecuba (?).
Alle pareti nord e sud sono appoggiate due enormi consolle. Su quella della parete nord è collocato un Busto del conte Giambattista Gherardo d'Arco, opera di anonimo settecentesco.

sala degli antenati

II. Sala delle Vedute Architettoniche

La sala, elegantemente decorata in stile neoclassico, prende il nome dalle tele con vedute appese alle pareti. I divanetti in stile impero, tra le finestre il cassettone ispirato ai modelli di Giuseppe Maggiolini, le ceramiche tra cui il vassoio di Albissola (datato 1742) compongono il bel salotto nobiliare.

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Sala delle Vedute Architettoniche

In questo ambiente che apre l'appartamento meridionale sono presenti eleganti decorazioni di gusto neoclassico. Il nome della stanza deriva dalle tele raffiguranti vedute prospettiche  inserite all'interno di cornici dipinte sulle pareti. Di questi dipinti i quattro collocati sul lato orientale sono antichi ed attribuiti a Leandro Marconi (che li avrebbe eseguiti tra il 1787 e l'anno successivo), mentre gli altri cinque sono stati delineati negli anni Cinquanta del Novecento dal restauratore Augusto Morari. Sempre a Marconi viene attribuita la decorazione della volta. Qui, nelle grandi campiture, sono quattro riquadri a finto stucco con le storie di Adone. Dalla parete settentrionale, in senso orario: La nascita di Adone, Venere con un amorino ammonisce Adone cacciatore, Venere si punge il piede con la rosa mentre trattiene Marte geloso di Adone, Venere sul carro trainato dai cigni si appressa ad Adone morente. Dal soffitto pende il lampadario in metallo con gocce molate a duplice giro di sei fiamme. Dell'arredo ricordiamo i quattro divani en bateau, il leggio doppio da quartetto, un cassettone intarsiato settecentesco e la splendida scrivania a ribalta (sempre settecentesca) sulla quale è collocato un completo per la scrittura ottocentesco in legno e bronzo. Notevoli anche le ceramiche, sia quelle cinesi, sia il piatto da parata datato 1742.

sala delle vedute architettoniche

III. Sala dei Ritratti

La sala, arredata con mobilio della fine del Settecento, ospita numerosi ritratti. Davanti al camino vi è l'ovale, eseguito dal fiammingo Frans Pourbus il Giovane, raffigurante Lavinia Rovelli, moglie di Annibale Chieppio; quest'ultimo, in qualità di primo ministro nonché consigliere del duca Vincenzo I Gonzaga, fu una delle personalità più rilevanti della Mantova tra fine Cinquecento e inizi Seicento e acquistò dal Gonzaga nel 1602 l'edificio sulle cui vestigia è nato Palazzo d’Arco.

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Sala dei Ritratti

A destra del camino è il cinquecentesco Ritratto del Medico don Pietro Franzoni. Sul tavolo, al centro della stanza, vi è il Ritratto di donna cieca, attribuito al bolognese Annibale Carracci. Tra le finestre sul comò Luigi XVI si trova lo stipo in ebano e avorio destinato a custodire preziosi; infine alla sua sinistra, appeso alla parete, il pregevole Ritratto di giovane uomo, dipinto dal veneziano Pietro Muttoni meglio conosciuto come Pietro della Vecchia.

sala dei ritratti

IV. Sala delle Nature Morte

Al centro della sala da pranzo si trova la tavola imbandita con il servizio di piatti Ginori sul quale si legge il monogramma del Conte Antonio d'Arco, le cui iniziali sono ricamate anche sulla tovaglia e sui tovaglioli. Sulla parete di fronte alla finestra sono appese tre delle più importanti nature morte che adornano la sala: al centro la cinquecentesca Scena di mercato del cremonese Vincenzo Campi e ai lati il Pescatore e l'Ortolana del pittore piacentino Felice Boselli. Sotto vi è la credenza seicentesca, dipinta a finto marmo, che conserva servizi per la tavola e per il caffè; ai lati della credenza fanno bella mostra due seggiole settecentesche in legno dorato attribuite all'architetto Alfonso Torreggiani.

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Sala delle Nature Morte

Non deve ingannare l'attuale collocazione della tavola imbandita al centro della sala: questo ambiente in realtà era una camera da letto, che aveva un'appendice nella loggetta e nell'attuale Sala da Musica, che era invece una toeletta. Il letto infatti era collocato originariamente alla parete occidentale, dove oggi è invece posta la credenza Luigi XIV. Anche l'aspetto della volta è cambiato: dai documenti sappiamo che anticamente era al centro collocata l'ampia tela, opera di Carlo d'Arco, raffigurante La Pace. Il dipinto è stato poi rimosso ed ora è appeso alla parete occidentale della portineria. Attualmente al centro del soffitto compare un tondo che racchiude un'aquila recante nel becco l'arco, simbolo della famiglia, e negli artigli un ramo d'olivo. Dal soffitto pende un grande lampadario in metallo con gocce di vetro molato, a nove fiamme. Volta e pareti presentano una sobria decorazione ad ampie specchiature e tenui ornamenti a grisaille.
Alle pareti sono decine di dipinti, soprattutto nature morte o scene di genere. Tra gli accessi alla loggetta ed alla Sala da Musica è invece uno specchio Luigi XIV. Tra i mobili si notano inoltre due poltrone seicentesche e sedie del Settecento, come pure settecentesco è il parafuoco davanti al caminetto. Su un tavolino a muro a lato del camino è un orologio neoclassico. Il tavolo al centro dell'ambiente (originariamente collocato nella Sala di Diana) è coperto da un magnifico broccato con fili metallici della seconda metà del Settecento al quale è sovrapposta la tovaglia. Questa presenta, come pure i tovaglioli, il monogramma del conte Antonio d'Arco. Allo stesso modo le iniziali di Antonio d'Arco compaiono sul servizio Ginori. Le posate sono le classiche "San Marco", mentre al tardo Settecento risalgono i bicchieri decorati. Sul pavimento in cotto, al centro sotto la tavola, è un tappeto Heriz dell'Ottocento.

sala delle nature morte

V. Loggetta

Il piccolo ambiente decorato con grande delicatezza contiene varie sculture tra cui la rinascimentale vasca da fontana proveniente dalla villa realizzata da Giulio Romano per Federico II Gonzaga a Marmirolo (località vicino a Mantova).

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Loggetta

È un ambiente suggestivo, decorato a fini tralci nel Settecento. In origine era una piccola stanza da letto. Ora invece accoglie varie sculture, tra le quali una vasca in marmo da fontana, opera rinascimentale del tardo Quattrocento e probabilmente proveniente dal palazzo gonzaghesco di Marmirolo, distrutto nel Settecento. Su questa vasca è collocata una statua cinquecentesca (raffigurante Cleopatra ed un tempo gettante acqua dai seni) caratterizzata da numerosi riferimenti ellenistici e da un bel basamento a conchiglie e delfini. Prima dell'attuale collocazione (ad inizio Novecento) la vasca era al centro della Sala dello Zodiaco. Anticamente il letto era collocato alla parete occidentale, insieme ad una grande stufa cilindrica e ad un piccolo gruppo in gesso raffigurante le Tre Grazie del Canova. Oggi sia la stufa che le Tre Grazie sono in Biblioteca.

loggetta

VI. Saletta della Musica

La sala, impreziosita dalla tappezzeria in seta azzurra e dorata e da arredi in stile impero, conserva alcuni esemplari da collezione della ricca raccolta di strumenti musicali del Palazzo: la tiorba veneziana a 18 ordini, firmata Matteo Sellas e datata 1647, l'arpa inglese Sébastien Érard dei primi anni dell'Ottocento e il grammofono degli anni 30 del XX secolo.

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Saletta della Musica

L'ambiente che oggi appare come Sala da Musica, adorno com'è di strumenti antichi (ma molti di più ve ne erano in passato, poi collocati – per ragioni di conservazione – nelle vetrinette della Sala degli Antenati), era originariamente una toeletta. Splendido è l'arredamento, le tappezzerie, le sedie e le specchiere Impero. Della raccolta di strumenti musicali segnaliamo anzitutto l'arciliuto veneziano, datato 1647, appeso alla parete sinistra. Dello strumento se ne conoscono attualmente solo tre esemplari in tutto il mondo, ed è stato classificato, nel catalogo della mostra su Evaristo Baschenis, come Tiorba a 18 ordini di corde. Delle corde i primi sei ordini sono doppi e tastabili, i rimanenti 12 singoli. All'interno compare un cartiglio del seguente tenore: "MATTEO SELLAS / alla corona in Venetia 1647". Nell'ambiente si vedono inoltre un'arpa inglese di inizio Ottocento ed un bel grammofono milanese degli anni Trenta. Al centro della stanza sul pavimento è un prezioso tappeto cinese ottocentesco. Sotto le applique che compaiono ai lati della specchiera alla parete meridionale sono due laboriosi intagli in carta di Carlo d'Arco raffiguranti Le petit Antoine (il nipotino Francesco Antonio reggente una frusta e con un piccolo Arlecchino) e Jeanne d'Arco.

saletta della musica

Ritornando verso la sala degli Antenati si prosegue nell’appartamento opposto.

VII. Sala di Diana

La sala che prende il nome dal carro di Diana dipinto sulla volta, era un tempo una piccola camera da pranzo come suggerisce il passavivande che ancora si vede sulla parete confinante con il salone degli antenati. Qui si possono apprezzare dipinti di pregevole fattura come la grande tela raffigurante Giuseppe e la moglie di Putifarre firmata Nicolò Musso (entrando a sinistra della porta) o sotto il seicentesco Paesaggio pastorale del pittore Giovanni Benedetto Castiglione detto il Grechetto. Sulla parete di fronte è Giove e Antiope della scuola bolognese di Carracci. Al centro della parete di fronte alle finestre, sopra la credenza mantovana degli inizi del XVII secolo, compare Psiche implora Cerere e Giunone, del veneziano Sante Peranda datata 1610. Sopra le porte si trovano due vedute, raffiguranti Villa con giardino e Ponte Pietra a Verona del pittore fiammingo Lodewijk Toeput detto il Pozzoserrato.

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Sala di Diana

È l'ambiente che apre l'appartamento sul lato settentrionale del fronte principale. Vi si accede dalla Sala degli Antenati. Oggi è sostanzialmente una sala da esposizione, ma in origine era una delle sale da pranzo del palazzo e accoglieva la tavola imbandita ora collocata nella Sala delle Nature Morte.
Il nome dell'ambiente deriva dalla figurazione al centro della volta, con Diana su una biga di cervi.
Che la Camera di Diana fosse una sala da pranzo lo si può dedurre dal passavivande inserito nella parete meridionale (è ben visibile dalla Sala degli Antenati). Alle pareti oggi sono numerosissimi dipinti (in prevalenza seicenteschi), alcuni di gran pregio (e bastino ricordare i nomi di Sante Peranda, del Pozzoserrato, di Giovanni Benedetto Castiglione detto il Grechetto, di Orazio Somacchini, come pure la presenza di tele caravaggesche). È interessante notare che diversi dipinti qui esposti erano già presenti nelle collezioni Chieppio. Per quanto riguarda i mobili notevole è la credenza intarsiata Luigi XIII alla parete occidentale, come pure lo splendido trumeau in noce Luigi XIV ad esso contrapposto. Sempre alla parete orientale segnaliamo, ai lati del trumeau un inginocchiatoio in noce (XVII secolo), ed un tavolino da gioco settecentesco. Il pavimento è in parquet intarsiato (come in tutto l'appartamento), ricoperto al centro da un tappeto azerbaigiano. Dal soffitto pende un lampadario in metallo e gocce a duplice giro di dieci fiamme.

sala di diana

VIII. Sala rossa

Nel 1874 il conte Francesco Antonio d'Arco, raffigurato quale gentiluomo di raffinata eleganza nel grande dipinto sopra il divanetto, ordinò a Londra la tappezzeria in damasco di seta rossa e l'intero mobilio per allestire la sua sala da ricevimento. Un altro bel ritratto di Antonio, bambino vestito da tamburino, è quello del pittore fiammingo Raphael Jacquemin appeso tra le due finestre. La sala ospita anche altri ritratti di famiglia: a sinistra del camino il conte Luigi d'Arco, padre di Antonio e appassionato naturalista, eseguito dal mantovano Albè e a destra del focolare il ritratto della moglie di Luigi, Giovanna de Capitani d'Arzago, della quale è esposto l'abito da viaggio in lana scozzese. Tra la porta e la finestra, guardando verso la sala di Diana, si trova sulla colonna in legno il busto ritratto di Carlo d'Arco, fratello di Luigi e noto storico mantovano.

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Sala rossa

Notevole esempio di ambiente aristocratico della seconda metà dell'Ottocento, il nome deriva dalla tappezzeria in damasco seta rosso. Tutti gli arredi (in stile tardo vittoriano) furono eseguiti a Londra nel 1874 per il conte Francesco Antonio d'Arco, in ebano nero con applicazioni in bronzo dorato. Sono presenti anche tre stipi in ebano e avorio. I dipinti sono per la grandissima parte ritratti di personaggi della famiglia d'Arco: dal conte Francesco Antonio d'Arco (che ha voluto questo ambiente e che è effigiato nella tela al centro della parete occidentale e in una alla parete opposta), a Giovanna d'Arco (sua è la fotografia collocata sullo stipo alla parete orientale). E ancora, alla parete settentrionale, ai lati della specchiera, sono i ritratti di Luigi d'Arco e della moglie Giovanna de' Capitani d'Arzago (suo è l'abito da viaggio in lana scozzese collocato sul manichino). Sotto il ritratto di Luigi d'Arco è quello del fratello Carlo, che probabilmente si ritrova anche nel busto alla destra della porta che immette alla Sala di Pallade. Alla parete meridionale è una specchiera, nei pressi della quale appare, incorniciata, una tavolozza appartenuta e firmata dal pittore milanese Girolamo Induno (1827-1890). Al centro della sala un grande tavolo in mogano che sorregge alcuni gruppi scultorei: un nudo di donna, un giovane con fanale ed il cinghiale addentato dai cani. Tra i restanti arredi (vasi cinesi, soprammobili in argento…) ricordiamo che alla destra del ritratto di Francesco Antonio alla parete occidentale è una vetrina contenente oggetti di argento e porcellana. Il pavimento, in parquet, è coperto al centro da un tappeto persiano ottocentesco, mentre dalla volta pende un lampadario in legno a sei fiamme.

sala rossa

IX. Sala di Pallade

Il magnifico soffitto a cassettoni con Pallade, dea della sapienza, e busti di filosofi e poeti dà il nome alla camera utilizzata da Giovanbattista Gherardo d'Arco e poi dal conte Antonio come studio. Ora è qui conservata parte della quadreria di famiglia: sulla consolle a sinistra della finestra verso la piazza vi è il bellissimo Ritratto di Margherita d'Austria regina di Spagna nel 1598 impreziosito dalla splendida cornice intagliata a foglie di vite e grappoli d'uva; sulla parete accanto tra le due finestre il seicentesco Ritratto di gentiluomo di Luigi Miradori detto il Genovesino mentre sul muro difronte, in basso a destra, il bellissimo Ritratto del religioso Alessandro Zoni, firmato dal fiammingo Jacob Denys. Infine sulla parete verso la sala successiva si trovano il Ritratto del duca Vincenzo I Gonzaga di Frans Pourbus il Giovane, sotto Papa Benedetto XIII attribuito a Giuseppe Bazzani, uno dei più importanti pittori del Settecento a Mantova e accanto a destra il Ritratto di Annibale Chieppio.

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Sala di Pallade

Prende il nome dalla figura della Sapienza collocata nel tondo centrale del magnifico soffitto a lacunari. Accanto a lei, nei quattro angoli, sono quattro effigi di letterati del passato: Socrate (simbolo della filosofia greca), Omero (della poesia greca), Virgilio (della poesia latina) e Ariosto (della poesia italiana). Negli altri lacunari sono volti umani carichi di frutta e primizie.
Il soffitto è assegnato ai pennelli di Giuseppe Crévola e Giambattista Marconi ed è assai simile (insieme a quello della stanza seguente) a quelli delle stanze con gli arazzi raffaelleschi in Palazzo Ducale, coevi e sempre dovuti all'Accademia Mantovana. Al soffitto infine è appeso uno splendido lampadario di Murano del XIX secolo, a otto fiamme. L'ambiente era lo studio del conte Antonio d'Arco. Ora la sala raccoglie parte della quadreria, con particolare attenzione ai ritratti, risalenti prevalentemente tra il Cinquecento ed il Settecento. Tra i dipinti ricordiamo quelli di interesse mantovano, tra cui lo splendido Ritratto del duca Vincenzo I Gonzaga (il duca indossa l'armatura con il "sic", regge il bastone del comando e sotto la gorgiera ostenta il toson d'oro del quale era stato insignito da Filippo II nel 1588); il Ritratto di Baldesar Castiglione (copia antica dell'originale di Raffaello ora al Louvre) e il Ritratto del conte Annibale Chieppio. E ancora: un Uomo con berretto e tavolozza, di fiammingo, un Ritratto di papa Benedetto XIII, il Ritratto di Alessandro Zoni (opera firmata e datata 1640 dal pittore fiammingo seicentesco Jacob Denys), lo splendido Ritratto di gentiluomo (di Luigi Miradori detto il Genovesino) e il Ritratto di Margherita d'Austria regina di Spagna, opera di artista spagnolo. Al centro della sala è un tavolino con piano in scagliola. Su questo è una Scena di bagnanti con rovine, opera di scuola veneta del XVIII secolo. Il pavimento è in parquet (come, del resto, in tutto l'appartamento) e presenta, al centro, un tappeto persiano Melayer ottocentesco.

sala di pallade

X. Sala Themis o della Giustizia

La sala prende il nome dall'allegoria della Giustizia, dipinta al centro del soffitto a cassettoni; entrando a sinistra si vede il Ritratto di Ferdinando Carlo Gonzaga Nevers, ultimo duca di Mantova nel 1707, attribuito al pittore fiammingo Frans Geffels. L'attenzione si pone sull'Armadio degli eremiti, un tempo collocato nella sacrestia della Cappella dell'Olmo Longo, residenza di villeggiatura di Annibale Chieppio; accanto a destra la pala mantegnesca Madonna degli Angeli di Nicolò da Verona.

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Sala Themis o della Giustizia

L'ambiente è detto "della Giustizia" a causa del dipinto che orna lo scomparto centrale del soffitto: la dea Themis, reggente bilance e spada, incoronata da un amorino mentre una figura femminile è in atto di supplicarla. Il soffitto è assai simile a quello della Sala di Pallade e dal lacunare centrale pende un lampadario in vetro a sei fiamme, ma in origine era qui collocato il lampadario di Murano collocato nella sala precedente. Le pareti sono ricoperte dalla caratteristica tappezzeria verde che da il nome alla stanza. Anche questa sala presenta una significativa mostra di dipinti antichi, che comprende il sontuoso Ritratto di Ferdinando Carlo Gonzaga (attribuito al pittore seicentesco fiammingo Frans Geffels) ed il prezioso dipinto della Visita del medico (scuola olandese del Seicento). Splendida è poi la pala raffigurante la Madonna con Bambino e angeli (dipinto quattrocentesco con fondo d'oro attribuito a Nicolò da Verona), come pure il Ritratto femminile accanto ad essa (di scuola fiamminga della prima metà del Cinquecento, probabilmente ritrae una religiosa). Il pavimento è in parquet e presenta, al centro, un tappeto persiano. Su questo è il tavolo che accoglie quattro statue: Cristo e la Madonna, in pietra (XV sec.), attorniate da quelle in marmo raffiguranti San Paolo (primi del XV sec.) e un santo papa. Per quanto riguarda il mobilio assai curioso è il cosiddetto “Armadio degli eremiti” risalente al 1623, recante numerose immagini dipinte di eremiti in preghiera. È qui presente anche un mobile veneziano settecentesco e decorato con figure in carta ritagliate, dipinte ed applicate (decoupage).

sala themis

XI. Sala delle Raffigurazioni Sacre

Nella sala sono raccolti la collezione di dipinti a soggetto religioso e arredi del secolo XVII e degli inizi di quello successivo. Entrando a sinistra, sopra l'altare, è il Cristo portacroce attribuito al pittore emiliano Giovan Francesco Maineri, sulla parete accanto in angolo San Girolamo del bresciano Bartolomeo Montagna. Sulla parete di fronte alle finestre vi è un altro altare in legno intagliato, sopra il quale si trova la Deposizione, opera della bottega di Rubens. Sopra sulla destra l'Incredulità di San Tommaso. Sopra ai cavalletti si trovano: da sinistra il Cristo Redentore di Lorenzo Lotto, San Sebastiano di Lodovico Carracci, Cristo davanti a Pilato e La Madonna che allatta il bambino attribuita a Bernardino Luini. Sull'altra parete si trova La Crocifissione della scuola di Van Dyck e il Cristo portacroce, attribuito a Giovanni Antonio Bazzi meglio conosciuto come il Sodoma. Tra le finestre c'è la Madonna con bambino e San Francesco dipinto da Fra Semplice da Verona e la Sacra Famiglia di Giambettino Cignaroli.

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Sala delle Raffigurazioni Sacre

Detta anche Sala dei Religiosi è il vero cuore della pinacoteca e accoglie il nucleo maggiore dei dipinti di soggetto religioso. Il soffitto è a lacunari: quattro angolari, decorati a monocromo con festoni ed aquile, quattro corrispondenti al centro delle pareti con divinità pagane (Giove, Marte, Diana, Apollo) e altre figure che presentano gli strumenti simbolici della geometria, dell'architettura, della geometria e delle arti visive. Dallo spazio centrale pende il lampadario a gocce a doppio giro di sei fiamme. Numerosissime i dipinti presenti, tra i quali ricordiamo un Cristo portacroce, opera del primissimo Cinquecento già attribuita al pittore emiliano Giovan Francesco Maineri, una Flagellazione di Cristo, attribuita a Lorenzo Costa il Giovane, L'incredulità di Tommaso, opera degli anni maturi di Antonio Carneo (1637-1692), il Cristo Redentore, opera di Lorenzo Lotto, un prezioso Crocefisso, per alcuni opera di Antoine Van Dyck (che per alcuni giorni nel novembre 1623 fu ospite a Mantova dove fece un ritratto di Ferdinando Gonzaga). E ancora: un Cristo portacroce, opera cinquecentesca attribuita a Giovanni Antonio Bazzi detto il Sodoma, il fondo oro raffigurante Cristo davanti a Pilato, già attribuita ad Antonio della Corna, un prezioso La Vergine porge il Bambino a San Francesco, opera del cappuccino Fra' Semplice da Verona (1621-22) e una Sacra famiglia di Giambettino Cignaroli (1706-1770) solo per citare i più noti. I mobili sono in prevalenza collocabili tra Sei e Settecento. Ricordiamo anzitutto i due altari qui collocati: uno in legno intagliato e dipinto della prima metà del Seicento, l'altro in legno intagliato, dipinto e dorato della seconda metà dello stesso secolo. Al centro della sala compare inoltre, sopra il tappeto persiano ottocentesco, un cataletto del primissimo Ottocento con un ovale raffigurante il Transito di San Giuseppe.

sala delle raffigurazioni sacre

XIA. Sala Cavriani

La sala accoglie un piccolo ma prezioso nucleo di opere donate dal marchese Federico Cavriani nel 2014 a memoria della sua longeva famiglia e del legame plurisecolare con la città di Mantova. I Cavriani furono prima signori di Sacchetta di Sustinente e poi marchesi del feudo di Colcavagno in Monferrato grazie al riconoscimento concesso nel 1638 dalla contessa reggente Maria Gonzaga a Francesco. Le opere conservate provengono dal Palazzo di famiglia di Via Trento in Mantova.

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Sala Cavriani

LA DONAZIONE

La storia della famiglia de Caprianis (i Cavriani) ha origini antiche; prima signori di Sacchetta di Sustinente, in insula Gubernuli sul fiume Po, che fu elevata a feudo imperiale nel 1359, poi marchesi del feudo di Colcavagno in Monferrato, grazie al riconoscimento concesso nel 1638 dalla contessa reggente Maria Gonzaga a Francesco.
Il periodo aureo della famiglia è senza dubbio il Settecento quando i Cavriani, conclusosi il dominio gonzaghesco, si distinsero per il colto mecenatismo colmando la lacuna della committenza asburgica sul fronte collezionistico. Il marchese Antonio avviò nel 1734 la costruzione del grande palazzo di Via Trento, realizzato per mano dell'architetto bolognese Alfonso Torreggiani sulle vestigia di quello antico, e accostando a tale impresa un'accorta attività di mecenatismo che portò alla formazione della prima raccolta di un ingente patrimonio.
La sala espone un prestigioso nucleo di opere donate nel 2014 dal marchese Federico Cavriani alla Fondazione d'Arco, a testimonianza dello stretto legame plurisecolare tra la sua famiglia e la città di Mantova. La donazione Cavriani riveste una speciale importanza non solo per la preziosità dei beni ricevuti ma per il significato culturale che veicola: due delle casate più importanti del Settecento mantovano vengono idealmente coniugate a Palazzo d'Arco che ne custodisce la memoria.

LE OPERE

Albero genealogico della famiglia Cavriani
Ambito lombardo, 1659. Carta vergata a inchiostro metallo-gallico

L'opera commissionata dall'illustre Signor Marchese Ferdinando Cavriani raffigura la genealogia della famiglia, dal capostipite Pietro, secondo il consueto modello iconografico del tronco d'albero con le sue ramificazioni.
L'albero affonda le radici sulle rive dell'insula Sacha bagnata dalle acque del fiume Po da cui deriva il toponimo Sacchetta di Sustinente; qui, visto dal Po ossia dall'originario ingresso principale, si trovava il maestoso Palazzo – Castello dei Cavriani, meticolosamente descritto dalla mano esperta del disegnatore, con le sue torri, i mirabili giardini e i campi annessi coltivati a vite maritata. Il palazzo-castello fu abbattuto nel 1855 in seguito ai gravissimi danni subiti dopo tre inondazioni (nel 1705, 1717 e 1801) e l'illustrazione sopra citata ne è l'unica immagine pervenuta.

Coppia di comò
Giuseppe Colombo, 1775. Legno e impiallicciatura di palissandro e vari legni

La pregiata coppia di cassettoni, a forma convessa, sono opera del noto ebanista Giuseppe Colombo, detto il Mortarino (da Mortara, luogo di provenienza) attivo a Milano come "falegname di mobili e di fabbrica", membro dell'Università de legnamari e autore di numerosi lavori datati dal 1774 al 1787. La puntuale attribuzione è supportata dalla presenza, sul fondo del mobile, di un cartellino con l'interessante nota a inchiostro bruno su carta:
"1775 Adi . 9 . Mago . fecit Gusepe Colombo . deto il mortarino".
Le forme sinuose e la ricchezza dei dettagli negli intarsi, con trofei, bandiere e volute sul fronte, e con strumenti musicali e figure sui fianchi, i piani incastonati in alabastro e le montature in bronzo dorato con maniglie a forma di leoni in lotta e chiusure a testa di leone, i piedi a palla e zampa, sono espressione del barocchetto caratteristico dell'ambito culturale lombardo di cui il Colombo faceva parte e che di lì a poco sarebbe stato sorpassato dalla linearità e geometricità di Giuseppe Maggiolini (1738-1814).

Cofanetto
Bottega degli Embriachi, XV secolo, prima metà. Legno intarsiato e dipinto e osso intagliato

L'opera destinata a portagioie è un bel esempio della produzione ascrivibile alla celebre Bottega degli Embriachi diffusa e apprezzata in tutta Europa. Il coperchio a urna aggettante richiude il contenitore decorato con due cornici, modanate e intarsiate con i caratteristici motivi geometrici alla certosina; a impreziosire il corpo vi è una fascia composta da placchette in osso intagliato con scene figurate tratte dalla Storia di Susanna. I decori alla certosina continuano sul coperchio, su tre lati del quale corre un nastro in osso intagliato con motivo di angeli reggiscudo. Il quarto lato è incompleto.

Madonna con il bambino tra i Santi Cristoforo e Alvise
Bonifacio de' Pitati (attr.), secolo XVI, primo quarto. Olio su tavola

Il quadro raffigura al centro la Madonna, dal volto dolcissimo, con in braccio il bambino e accanto i due santi Alvise vescovo, identificato dalla tiara, il pastorale e il messale, e Cristoforo con Gesù fanciullo sulle spalle, secondo la consueta iconografia occidentale legata al significato etimologico del nome: Cristoforo infatti significa in greco "(colui che) porta Cristo".
L'opera, riconducibile all'ambito veneto del primo Cinquecento, è attribuita a Bonifacio de'Pitati, pittore nato a Verona nel 1487 e morto a Venezia nel 1553, legato ai modelli pittorici di Palma il Vecchio e al colorismo di Tiziano. Bonifacio era titolare di una bottega ampia e ben inserita nel mercato artistico cittadino, capace di soddisfare il gusto delle élite della capitale della Serenissima Repubblica.
Interessante quanto ambigua è l'iscrizione, sul retro della tavola al centro, in lettere capitali:
"Dominus . Andreas . de . Francischiae . hanc . picturam . facere . jussit . et . Magnificus . Titianus . ex . Cadubrio . propria . manu . pinxit . Anno MDVIII"
Il Signore Andrea de Francischi ordinò di fare questa pittura e il Magnifico Tiziano dal Cadore dipinse di propria mano. Anno MDVIII.

Ritratto di Federico Cavriani
Anonimo, XVIII secolo. Olio su tela

Nato a Mantova il 16 settembre 1762, da Ferdinando Cavriani e Maria Rosa Bentivoglio d'Aragona, Federico fu un esponente del riformismo illuminato; stimato diplomatico e intellettuale impegnato fu un personaggio di grande spirito e dalla vita irrequieta.
Il dipinto ritrae il Cavriani, fregiato dell'onorificienza di cavaliere di Malta con in mano una lettera della madre; è da sottolineare lo stretto rapporto avuto con il genitore, documentato dalla fitta corrispondenza epistolare da cui è possibile ricostruire in dettaglio la sua vita.

sala cavriani

XII. Passettino dei Reliquiari

A sinistra si vede una bella cassapanca trentina dipinta contenente un piccola collezione di reliquari. Sopra si trova il dipinto seicentesco San Felice da Cantalice davanti alla Madonna con bambino di Fra Semplice da Verona. Sulle pareti accanto due scene di Eremiti in preghiera attibuiti al genovese Alessandro Magnasco.

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Passetto dei Reliquiari

Sono qui collocate le reliquie di famiglia, soprattutto nella cassapanca trentina intagliata e dipinta (secolo XVII o XVIII) collocata al centro del passetto. Accanto al guscio di tartaruga decorato all'interno con l'immagine di una Madonna con Bambino sono le reliquie di Santa Teresa, Santa Caterina da Bologna, di Sant'Anna, della Terra Santa e della croce di San Pietro. Il vano, assai piccolo, è l'ultimo dell'appartamento con pavimento in parquet. Il soffitto è a cassettoni lignei con decorazioni del XVII-XVIII sec. Le pareti presentano, sui lati delle porte, una cornice dipinta con scene di genere (XVII sec.), ma un tempo erano coperte da damasco. Sono presenti anche alcuni dipinti. Superba è sicuramente la tela di Fra' Semplice da Verona (1640) raffigurante San Felice da Cantalice con il Bambino e la Vergine. Sono presenti anche due dipinti con Eremiti in preghiera in un bosco, vicini al Magnasco.

passettino dei reliquiari

XIII. Sala di Alessandro Magno o del Bazzani

La sala prende il nome dal ciclo di dipinti raffiguranti le Storie di Alessandro Magno realizzati da Giuseppe Bazzani, uno dei più importanti pittori del Settecento mantovano. Il ciclo, un tempo collocato in Palazzo Biondi, retrostante Palazzo Cavriani, fu donato da Anna Biondi Cardani al cugino Francesco Antonio nel 1883. Le sette tele raffigurano: da destra Alessandro riceve la moglie di Dario Re di Persia, Alessandro che doma Bucefalo, Alessandro che consulta gli indovini, Alessandro con la famiglia di Dario, sotto Alessandro e la morte della moglie di Dario, L'incontro di Alessandro e Rossane e infine il Matrimonio di Alessandro con Rossane. Sempre del medesimo pittore la piccola tela con la Fuga in Egitto. La sala è completata da una pregevole raccolta di sculture tra cui si segnala l'Arcangelo Gabriele annunciante del XIV secolo, già sul sepolcro di Alda d’Este (1381).

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Sala di Alessandro Magno o del Bazzani

Il nome deriva dalle sette imponenti tele dipinte dall'ottimo pittore settecentesco mantovano Giuseppe Bazzani. L'ambiente presenta il soffitto a lacunari lignei (al quale è appeso il lampadario in legno dorato a due giri di cinque fiamme) ed il pavimento in cotto antico. Per quanto riguarda l'arredo pittorico grandissimo risalto hanno ovviamente i sette teleri con la vita di Alessandro Magno Macedone opera di Bazzani, del quale è presente anche (alla parete meridionale) una piccola tela raffigurante La Fuga in Egitto. Un medaglione in stucco ritrae l'effigie dell'artista mantovano.
I dipinti furono eseguiti probabilmente per Giacomo Biondi, mecenate del Bazzani, sull'iconografia dettata dal testo di Quinto Curzio Rufo (ma non tutti: ad esempio in Rufo non compare la scena di Alessandro con Bucefalo, che invece è tratta dalla Vita di Alessandro Magno di Plutarco). Le tele erano conservate all'interno del palazzo di famiglia (dietro palazzo Cavriani) e passarono quasi certamente alla famiglia d'Arco nell'Ottocento in seguito al testamento del 1883 di Anna Biondi a favore del cugino Antonio d'Arco. Alessandro era nato nel 356 a.C. Frequentò la scuola di Aristotele e nel 336 assunse il dominio della Macedonia. Percorrendo la storia narrata dalle tele troviamo anzitutto la scena di Alessandro doma Bucefalo all'angolo tra le pareti nord e ovest. Bucefalo era infatti un cavallo considerato indomabile ma Alessandro, che aveva capito il timore che la bestia aveva per la sua stessa ombra, lo condusse contro il sole e poi lo domò. Quindi, alla parete nord Alessandro, la regina Sisigambi ed Efestione (l'episodio narra delle regine Sisigambi e Statira – moglie di Dario III – prigioniere dei macedoni, le quali, non avendo mai visto di persona Alessandro, si inginocchiarono non a lui ma davanti all'amico Efestione, di corporatura assai più imponente). Quindi Alessandro incontra la famiglia di Dario dopo la battaglia di Isso (durante la quale, nel 333, sconfisse i persiani), all'angolo delle pareti sud ovest, in alto. A fianco, alla parete ovest, è la tela raffigurante, secondo Signorini, Alessandro con gli indovini nel tempio di Giove Ammone (nel quale il sacerdote anziano lo chiamò “figlio di Giove”). Quindi, collocata al di sotto di quella raffigurante Alessandro con la famiglia di Dario III Codomano dopo la battaglia di Isso, è la tela raffigurante La morte della moglie di Dario III Codomano. Quindi l'epilogo: al centro della parete sud è la scena nella quale Il satrapo Ossiarte offre ad Alessandro un convito durante il quale incontra Rossana e, alla parete est, Il matrimonio tra Alessandro e Rossane. Stilisticamente il ciclo di Palazzo d'Arco si colloca negli anni Quaranta ed è prossimo alla pala della parrocchiale di Goito. È inoltre in relazione con la prima rappresentazione a Mantova (1738) dell'Alessandro nelle Indie di Metastasio. L'arredo vede presenti alcune cassepanche in noce sulle quali sono collocati alcuni marmi antichi (una testa femminile romana del I sec. d.C., un torsetto di poco successivo, il coperchio di un'urnetta cineraria) È inoltre presente un pannello in scagliola raffigurante il collare del Redentore, come pure un statua raffigurante Angelo Annunziante acefalo, un tempo in San Francesco. Notevole è infine la poltrona Luigi XIV con tappezzeria in cuoio pirografato.

sala del bazzani

Ritornando verso la sala della Giustizia si accede alla

XIV. Saletta Neoclassica

La saletta, finemente decorata con stucchi neoclassici e sculture riproducenti copie di Antonio Canova (le Danzatrici) ospita entro teche di vetro la raccolta di strumenti musicali della famiglia: liuti e lire da tavolo, chitarre, mandolini e chitarre-lira.

saletta neoclassica

XV. Corridoio dello Specchio

Lo specchio veneziano dà il nome a questo ambiente che riconduce alla Sala degli antenati. Pregevole il pavimento in cotto marmorizzato. Nelle vetrine sono esposti: una raccolta di libri, di armi anche giapponesi e di preziose ceramiche.

corridoio dello specchio

XVI. Biblioteca

La sala nel Settecento era destinata a sala del banchetto; poi fu allestita la biblioteca che raccoglie circa 10.000 volumi contando edizioni importanti tra cui, la seconda edizione della Encyclopedie di Diderot e D'Alembert (Lucca 1758-1761), opere di carattere scientifico e naturalistico, come quella di Ulisse Aldrovandi (1522-1605), testi di teologia e filosofia. Il prezioso patrimonio librario è spesso legato al nome di Carlo d'Arco, artista, studioso e collezionista di documenti antichi.

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Biblioteca

Splendida è l'architettura e la decorazione neoclassica, ritmata sulle pareti da quattro nicchie (due per ogni parete principale) contenenti grandi vasi in gesso eseguiti negli anni Cinquanta del Novecento. Al centro delle pareti laterali sono dipinti a monocromo due clipei. Quello sulla parete occidentale raffigura lo Stemma della famiglia d'Arco ed è accompagnato dal motto A magnis maxima (dai grandi [hanno origine] i massimi avvenimenti). Sotto questo clipeo un bassorilievo raffigurante Amor nella fucina di Vulcano, tratto dagli stucchi dell'omonima sala a Palazzo Te. Nel clipeo alla parete orientale è invece la raffigurazione del Castello di Arco, come appariva prima delle grandi demolizioni settecentesche avvenute nel 1703 con il generale Vendôme e alla fine del secolo con Napoleone. Il clipeo è accompagnato da un distico elegiaco di Nicolò d'Arco: Alter ut in terris niteat demissus / olimpo est / arcus, sitque hominum foedus / ut ille deum / Nic. Com. Arch. in cod. (Un secondo arco è stato inviato dall'Olimpo, affinché risplenda sulle terre e sia patto degli uomini così come quello degli dei). Al di sotto del clipeo è un bassorilievo, pure tratto dagli stucchi dell'omonima sala a Palazzo Te, raffigurante Nettuno sul mare. Sia questo bassorilievo, sia quello della parete opposta furono plasmati nel 1791 da Dalmaschio e Pellegrini. Prima di essere destinata a biblioteca la sala era probabilmente una sala da pranzo. Oggi contiene oltre 10.000 volumi del fondo antico, tra i quali incunaboli (15), cinquecentine (500), manoscritti (15). È presente l'intera Enciclopedie ou dictionnaire raisonnè des sciences, des arts et des metiers di Didierot e D'Alembert (Parigi 1751-1772 in 17 volumi + 11 di tavole, 5 di supplementi nel 1777 e 2 di indici nel 1780). Tra i nuclei maggiori ricordiamo le stampe, i disegni antichi e l'ippologia (275 volumi), un migliaio tra fotografie e diapositive, 384 buste con documenti d'archivio, la raccolta "Gardani" di pergamene (un centinaio tra XIV e XVII sec.) e la raccolta di manoscritti legata al museo di Scienze naturali.

biblioteca

XVIA. Passettino

Il piccolo ambiente, contenente altri volumi, conduce al salottino ottocentesco.

passettino

XVII. Sala di Hofer o delle carte da parati

Il piccolo ambiente, contenente altri volumi, conduce al salottino ottocentesco.

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Sala di Hofer o delle carte da parati

La sala è dedicata all’eroe della Val Passiria, detto “il general barbon”. Proprio in Palazzo d’Arco (probabilmente nel Salone degli Antenati il 19 febbraio 1810) si tenne la riunione del tribunale napoleonico che lo condannò alla fucilazione (decisa dall’imperatore), eseguita il giorno successivo sugli spalti di Cittadella, in un prato sulla destra di Porta Giulia. Oggi la sala è un salotto, ma precedentemente era una camera da letto. La sala è adorna di carte da parati tratte dalla serie delle vedute d’Italia di Dufour e Leroy. Sono state restaurate nel 1988 dall’Opificio delle Pietre dure di Firenze. L’arredo della sala è ottocentesco. Divano e poltrone risalgono al terzo decennio del secolo. Sul tavolinetto antistante il divano sono due statue in metallo: un Menestrello ed una Dama. Tra le statuette è un carillon ottocentesco, tuttora funzionante, con sei diverse arie d’opera. Accanto, nel porta giornali, alcune copie de Le grand journal (1864-65). Alla parete meridionale è un fortepiano costruito a Mantova da Menotti nel 1819. Alle sue spalle una rara stampa della metà dell’Ottocento raffigurante il monumento funebre dell’eroe nella Hofkirche sempre a Innsbruck (la stampa è stata donata al museo dagli Schützen tirolesi il 19 febbraio 2000).

Le carte da parati del Palazzo d'Arco, sala "Andreas Hofer", appartengono alla serie delle vedute d'Italia di Dufoúr e Leroy su disegno di Prévost (1823). Si tratta di panoramiche in "grisaille"; rappresentano Amalfi, il Vesuvio, navi all'ancora, cascate, rovine antiche ... I pannelli più piccoli presenti sopra le porte rappresentano dei paesaggi con soggetto simile due a due. Le panoramiche non corrispondono esattamente alla descrizione del catalogo di Dufour e Leroy, probabilmente perchè sono state ritagliate o montate in maniera diversa per adattarle alle dimensioni delle pareti della stanza. Al di sopra delle panoramiche scorre sulle quattro pareti una striscia decorata con un motivo di gufi. Il soffitto è composto da una unica tela (42,6 m.) tesa ai lati del soffitto su delle aste di legno. Sulla tela, coperta da un primo strato di carta, sono incollate delle strisce decorative e degli angoli di carta con un motivo di grappoli d'uva.

Tecnica di fabbricazione
Queste carte da parati venivano stampate con il metodo della xilografia. Sul fondo uniformemente colorato, l'impressione era realizzata con colori spessi a tempera e non più ad olio; procedimento conosciuto da tempo in particolare dai Cinesi. Papillon (1698-1778) l'aveva sperimentato ma poi abbandonato: temeva che il colore non reggesse all'umidità, in particolare al momento dell'incollaggio e del montaggio. Reveillon (1765-1789) utilizzò la fabbricazione del "papier vélin"; l'incollaggio dei fogli in rotoli di 9 "aunes" (10,70 m), e la stampa à la "frappe" per mezzo di pile di legno con il foglio posizionato sotto la lastra.

sala di hofer

XVIII. Cucina

Il caratteristico ambiente è fornito di una straordinaria collezione di oggetti e utensili in rame: stampi per dolci e timballi, tegami, secchi per l'acqua, samovar e quanto altro poteva essere usato in una cucina dell'Ottocento. A destra la porta che conduce alla scala di servizio e di fronte la scaletta in legno per accedere alla soffitta.

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Cucina

Risale all'Ottocento ed è un piacevole, piccolo ambiente dove fanno sfoggio utensili e forme di rame, ottone e peltro. Vicino all'ingresso è un torchio per la pasta sul quale è collocato un alambicco. Proseguendo lungo il lato sud della sala è il bel mobile con la base seicentesca ma l'alzata successiva sul quale sono posti alcuni macinacaffè, uno scaldino per il letto (dalla vaga forma “a ferro da stiro”), brocche e piatti vari. Dopo la porta verso alcuni ambienti di servizio è il fornello in pietra. Su questo è posto, tra i tanti oggetti, un antico spremiagrumi. Sopra il fornello una serie di modelli per torte e budini figurati alcuni dei quali risalenti alla seconda metà del Seicento. Sotto è un meccanismo a molla per il girarrosto. Segue un mobile antico, sul quale è collocato un acquamanile, ed il camino che, tra le altre cose, contiene le molle per tostare il caffè. Il secchiaio era fornito di acqua corrente grazie al serbatoio collocato nell'ammezzato. Su questo è la piattaia. Spostandosi lungo la parete nord si incontrano alcuni mortai, un tavolino reggente una bilancia a due piatti, un secondo con una grande teiera ed un acquamanile a parete. Sopra questo il classico “prete” il cui scaldino è alla base della scala verso il sottotetto. Sui gradini sono gli scaldini per le mani. Sotto la scala è una stadera, il portabottiglie ed un antichissimo macinacaffè. Sull'antico tavolo in abete, al centro, troneggia un samovar russo.

cucina

Scendendo lo scalone d'onore si raggiunge il cortile da dove si accede alla

XIX. Camera da letto della Contessa Giovanna d'Arco

La stanza, arredata con mobilio stile impero e con un bel trumeau settecentesco, è stata utilizzata dalla contessa Giovanna d'Arco fino al 1973, anno della sua morte. La raffinata semplicità degli arredi, le fotografie, gli oggetti personali custoditi nello scrittoio, il libro delle sue poesie, stampato nel 1927, riflettono l'animo raffinato e lo stile di vita riservato condotto negli ultimi anni di vita.

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Camera da letto della Contessa Giovanna d'Arco

La camera da letto della Contessa Giovanna d’Arco costituisce un ambiente unico per tipologia funzionale, essendo l’unica camera da letto ancora allestita di un membro di famiglia, e carico di valore simbolico perché rappresentativo della dimensione privata della vita della Contessa.
La stanza, collocata nell’appartamento utilizzato dall’ultima discendente dopo la morte del marito, nel 1931, a seguito del suo ritorno al Palazzo di famiglia, e sino al 1973, anno della morte della nobildonna, conserva gli arredi originali, i dipinti e al contempo la preziosa memoria.
La camera, da poco integrata nel percorso museale ordinario, era stata in passato aperta al pubblico solo in un’occasione ma l’interesse e l’entusiasmo dimostrato dai visitatori ha rafforzato l’idea nella Fondazione di rendere accessibile l’ambiente al pubblico regolarmente.
La motivazione della decisione è da ricercarsi non solo nella volontà di arricchire il già ampio percorso di visita ma di mostrare al pubblico un lato diverso della vita della famiglia d’Arco: le sale fastosamente arredate del piano nobile ci raccontano dell’elegante e raffinata nonché pomposa vita nobiliare, dei pranzi sontuosi, delle dotte conversazioni nei salotti mentre la camera da letto, nella sua assoluta semplicità, svela il lato più intimo e la sobrietà della vita condotta negli anni vedovili. Si aggiunge inoltre che la sua apertura ha consentito di esporre gli oggetti di uso quotidiano della Contessa, quali accessori di abbigliamento, oggetti per la cura della persona, set per scrittoio nonché fotografie e libri. La ditta Levoni S.p.A. ha abbracciato pienamente il progetto della Fondazione d'Arco facendosi carico del restauro degli arredi (2014-2016) della stanza e concretizzando un progetto di più ampio respiro di valorizzazione di un ambiente fino ad ora non accessibile e di narrare la vita intima e quotidiana dell’epigona della famiglia d’Arco.

camera da letto contessa giovanna d'arco

XXV. Giardino d'inverno

Pochi gradini da percorrere sotto la grande magnolia per entrare in uno spazio d'altri tempi, illuminato dalla luce che filtra dalle vetrate, le aiuole rigogliose, le terrecotte antiche, il bronzo della Tuffolina che si lancia nelle acque popolate di pesci e tartarughe. Un luogo di calma e serenità che risale ai primi del Novecento in cui gli agrumi e le piante esotiche trovavano riparo nel periodo invernale.

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Giardino d'inverno

Si tratta di una serra ricavata all'interno dell'antica rimessa delle carrozze, in origine composta di quattro ambienti. Entrando si nota la stufa a legna in ceramica bruna alla destra dell'ingresso. L'ambiente è completamente circondato da aiuole per la messa a dimora delle piante ed era riscaldato da un sistema di radiatori ad acqua calda che si vedono dalle griglie del pavimento. Al centro una polla d'acqua con pesci rossi e tartarughe. Di fronte, verso l'orto, una statua in bronzo di una giovane tuffatrice (o Tuffolina) opera del varesino Odoardo Tabacco (1878) e copia bronzea del marmo conservato a Napoli nel Museo Nazionale di Capodimonte.

giardino d'inverno

Il percorso prosegue oltre l'esedra nelle due palazzine rinascimentali site nel bel giardino romantico: la Palazzina del Falconetto e il Museo di Scienze Naturali.

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